Volontari in Missione – India d’autore

27 luglio 2018
Marta Crivellaro

L’India è, vive, ti cattura.

I ‘Volontari in Missionedei Giuseppini del Murialdo in partenza nei prossimi giorni per l’India potranno sperimentare personalmente le sensazioni e le emozioni che questa terra, instancabile, regala a chiunque sia disposto a capirne l’armonia.

Di seguito, da “L’odore dell’India” di Pier Paolo Pasolini (resoconto del suo viaggio in India tra il 1960 e 1961), alcune righe di impressioni, considerazioni e riflessioni sulla terra indiana, utili per “allenare” i volontari in partenza non tanto alle immagini descritte quanto alle emozioni suscitate.

Non dimenticate di aprire il vostro cuore, in India l’irrazionale vince.

 

“La vita in India ha i caratteri dell’insopportabilità, non si sa come si faccia a resistere mangiando un pugno di riso sporco, bevendo acqua immonda, sotto la minaccia continua del colere, del tifo, del vaiolo, addirittura della peste, dormendo per terra, o in abitazioni atroci. Ogni risveglio al mattino dev’essere un incubo. Eppure gli indiani si alzano, col sole, rasseganti, e, rassegnati, cominciano a darsi da fare: è un girare a vuoto per tutto il giorno, un po’ come si vede a Napoli, ma, qui, con risultati comparabilmente più miserandi. E’ vero che gli indiani non sono mai allegri: spesso sorridono, è vero, ma sono sorrisi di dolcezza, non di allegria.”

 

“[…] La non violenza, insomma, la mitezza, la bontà degli indù. Essi hanno forse perso contatto con le fonti dirette della loro religione ma continuano ad esserne dei frutti viventi. Così la loro religione, che è la più astratta e filosofica del mondo, in teoria, è, ora, in realtà, una religione totalmente pratica: un modo di vivere.

Si giunge addirittura a una specie di paradosso: gli indiani, astratti e filosofici alle origini, sono attualmente un popolo pratico (sia pure di una pratica che serve a vivere in una situazione umana assurda), mentre i cinesi, pratici e empirici alle origini, sono attualmente un popolo estremamente ideologico e dogmatico (pur risolvendo praticamente una situazione umana che pareva irrisolvibile).”

Cap. III

 

“[…] eravamo ormai verso la fine del nostro viaggio in India, ed eravamo mezzi dissanguati dalla pena e dalla pietà. Ogni volta che in India si lascia qualche persona, si ha l’impressione di lasciare un moribondo che sta per annegare in mezzo ai rottami di un naufragio.”

Cap. III (salutando Revi)

 

“In realtà un paese come l’India, intellettualmente, è facile possederlo. Poi, certo, ci si può smarrire, in mezzo a questa folla di quattrocento milioni di anime: ma smarrire come in un rebus, di cui, con la pazienza, si può venire a capo: sono difficili i particolari, non la sostanza.”

Cap. IV

 

“[…] E si capisce, intorno a quel cocktail si stendeva Calcutta, la sconfinata città dove ogni dolore e disagio umano tocca l’estremo limite, e la vita si svolge come un balletto funebre.”

Cap. IV

 

“E’ vero che geograficamente, razzialmente, architettonicamente, in India c’è un’uniformità che non ha nulla da invidiare a quella della Francia o dell’Olanda […]. Ma la diversità è segreta e interiore: essa è dovuta a un altro tipo di tradizione da quella che è abituato a prendere in considerazione il nostro storicismo: facilitato, appunto, dalle bene appariscenti diversità storico-geografiche, stilistiche, folcloriche dell’Europa. In India la tradizione è una tradizione “catastale”. E le sue fossilizzazioni scorrono nelle “superfici interne” del paese: è quindi molto difficile, per il “bisturi” storicistico, isolarle e analizzarle.”

Cap. V

 

“Poi arrivano delle mendicanti, coi loro bambini piccoli come lumache […]. E ci stringono in un cerchio di membra nude, di ricatto, di minaccia, di contagio, di rapacità, di angoscia.”

Cap. VI

 

“Anche negli indiani mussulmani c’è qualcosa di sfuggente: come un corpo estraneo entrato dentro di loro, una vita d’altra natura incastrata nella loro vita. Dovrei restare più a lungo in India per spiegarmi: la mia non è che una impressione irrazionale. Se l’indiano perde la sua insicurezza, la sua mitezza, il suo tremore, la sua passività, cosa diventa? Il Corano indurisce, dà delle certezze, coltiva l’identità. Perciò con gli indiani di religione mussulmana, che del resto sono una percentuale molto alta, non mi trovo a mio agio: la mia simpatia a un decorso fatto di pungenti, impalpabili delusioni.”

Cap. VI

 

“Non nascondo la mia attrazione per queste città morte e intatte, cioè per le architetture pure.”

Cap. VI

 

“Siamo ripiombati, con la Dodge, in mezzo alle grandi campagne e alla giungla. La strada scorre infinita. Attimo per attimo c’è un odore, un colore, un senso che è l’India: ogni fatto più insignificante ha un peso di intollerabile novità.”

Cap. VI

 

“Ci incamminiamo lungo la strada che porta alla città lontana, che giace ai nostri piedi (siamo su un’altura) tra ricami fitti di nebbie azzurrine e di luci quasi liquide. Ma facciamo solo pochi passi per la strada, tra gli atroci arbusti, che qualcosa di orrendo accade vicino a noi, nella penombra: un ringhio disperato, una corsa rantolante: sono degli sciacalli.”

Cap. VI

 

“Si ripete così la vecchia storia: il mondo stupendo, e orrendo e io che lo contemplo, ricco, fin troppo ricco, degli strumenti necessari a registrarlo.”

Lettera da Benares

 

“Ora l’intoccabilità è stata di nome abolita: di fatto non ancora. Non riesco a togliermi di dosso l’appiccicaticcia immagine di quel povero vecchio che aveva fatto della propria intoccabilità una abitudine così muta, umile, assoluta. Dall’India si torna grondanti, bagnati, sporchi di pietà.”

Appendice di “L’odore dell’India”

 

“Lo spirito castale in India, lo spirito tribale in Africa e lo spirito tradizionale in Italia pongono le stesse inibizioni a chi vuole diventare moderno: la differenza tra i vecchi e i giovani presenta dei fenomeni analoghi. Insomma, mentre il borghese italiano, con la sua TV e i suoi rotocalchi è un ignoto provinciale, i cui problemi sono totalmente ai margini, il contadino italiano specie al Sud è invisibilmente e inesprimibilmente legate alle immense masse contadine sottosviluppate dell’Africa, del Medio Oriente e dell’India, e i suoi problemi si presentano come problemi mondiali.”

Appendice di “L’odore dell’India”