Volontari in Missione (India 2017) – Diario di bordo Pt.2/3

13 marzo 2018
Giulia Vitali

DIARIO RI BORDO

SECONDA SETTIMANA. AROOR.

Finalmente i miei occhi si riempiono di Kerala. Ci siamo caricati su un treno notturno accompagnati da Josh, perché il Murialdo non ti fa mai sentire solo. Josh. Perdutamente innamorato del suo paese, non vede l’ora di tornare a casa, in Kerala, ma prima si deve assicurare che arriviamo a destinazione, e così è venuto fino a Chennai per traghettarci verso Aroor. La cosa più buffa è che, da bravo tirocinante italiano, ha imparato anche il nostro linguaggio del corpo. “Ah la Puglia, il cibo italiano! Che bella Taranto, le orecchiette con le cime di rapa!”- e così iniziamo la nostra nuova avventura. Devo dire che non ho mai dormito così bene in India: lettini verdi estraibili e neanche troppo scomodi, sui quali sono stata cullata dal movimento del treno. Una felpa come cuscino è stata più che sufficiente e lo spazio personale perfetto per respirare, anche se il mio naso era a due centimetri da una valigia. Apro il mio diario e inizio una delle liste che mi accompagnano nel viaggio “Note per il futuro”:

  • Ricordarsi di portare meno cose
  • Meglio mettere in valigia un rotolino di sacchetti per la pattumiera
  • Una coperta in pile per i viaggi lunghi è sempre una buona idea (grazie ad Etihad non ne sono rimasta sprovvista)
  • Una pila torna sempre utile!! Meglio se carica!
  • Per lavare i panni è comoda anche una saponetta di Spuma di Marsiglia, meglio se accompagnata da una spazzola
  • I fazzoletti e le salviette mille usi: una manna dal cielo
  • Spray e polvere “anti formiche” sono utilissimi!

Non ci avevo proprio pensato prima di partire, ma qui in India cose per noi ovvie come la carta igienica, non lo sono affatto.

Misi ci manca già.

Scendiamo dal treno, ci carichiamo su un altro pullmino e via. Come sempre all’alba. Tutto in India succede la mattina presto
Il seminario è molto grande e più confortevole rispetto alla casa di Chennai: niente mosche sul tavolo, niente bagni in comune (ma uno per stanza!), lavanderia ampia e molto spaziosa. Tutto. Anche i comodini e i cestini in camera. Comunque, nonostante la sporcizia e i pochi comfort, preferivo l’altro alloggio, era più vero. Qui ci sono una cuoca e un aiuto cuoco, lavano loro i piatti, fanno loro da mangiare e nessuno inizia a pasteggiare se non sono tutti in sala da pranzo. A Chennai c’era molta più libertà, gli orari venivano rispettati “a sentimento”, ognuno lavava almeno le proprie cose, il clima generale era meno “occidentale”: anche se all’inizio era molto strano, ora mi manca. C’erano più sorrisi, più abbracci e più amore. Ho paura di non stare bene qui, ci sono troppe cose troppo simili a casa.

Mi metto in camera e apro il mio diario.

Parentesi sul “lavare i piatti”: certo, per noi la lavastoviglie è un must, ma nessuno si aspettava di trovarla anche qui. Ma non ci si aspettava nemmeno che il lavaggio consistesse in un veloce risciacquo della superficie delle stoviglie, con acqua fredda e senza sapone! Mi ci sono abituata in due giorni. Però che paura delle malattie!!

Ad Aroor si mangia un sacco, ma proprio tanto. Se a Chennai sono dimagrita, qui è giunta l’ora di riprendere tutto: chapati (ovviamente sanno che lo amiamo), patate bollite (senza sale né olio, ma l’abbiamo portato dall’Italia), pollo, cipolle (ovviamente crude), pomodori, cetrioli e mango. Che scoperta sublime, il mango. Però si mangia con le posate, perché i ragazzi devono imparare a rispettare le regole occidentali, da bravi seminaristi. Dopo la preghiera e il solito “Thank you Father” (padre Justin), tutti si buttano sul piatto, e alla fine ognuno porta le sue stoviglie in cucina, il rispetto delle regole è solo da ammirarsi.

Qui si parla rigorosamente in inglese. L’educazione è molto ferrea, scandita da orari precisi, con mille regole da rispettare, in pieno stile Justin. Autorevole e autoritario, appena apre bocca tutti devono tacere, o almeno questa è la mia impressione. In realtà è un giocherellone e a pallavolo non lo più battere nessuno, neanche il più forte degli atleti. Con lui ci siamo accordati per stilare un “programma”, cosa che invece Misi ci aveva preparato a puntino.

Programma della settimana

Giovedì 10: riposo

Venerdì 11: Ernakulam e Broadway

Sabato 12: houseboat e Allapuram

Domenica 13: messa con i ragazzi

Lunedì 14: Kochi, Fort Kochi e Mattancherry

Martedì 15: festa dell’Indipendenza

Giochi

Pallavolo, calcio, pallabase, torneo di ping-pong, ruba bandiera, lezioni di italiano
I ragazzi qui sono molto atletici e sportivi: nel piano della loro giornata, dopo le lezioni e il pranzo, è previsto sempre un po’ di svago all’aperto, che consiste in tornei sportivi. Inutile dire che io e il mio metro e sessanta abbiamo fatto un figurone in confronto a loro! Hanno un bel campo da calcio e uno da beach volley, ma anche dei piedi allenati a tutto, non si fermano nemmeno sotto al diluvio. Molti dei seminaristi sono giovani teenager che sono scappati dalla povertà incontrando la vocazione; magari non tutti termineranno il percorso in seminario, ma i Giuseppini del Murialdo (ancora una volta!) sono la chiave di volta per tutti loro. Qui non hanno un padre ubriaco che picchia la madre, quando piove l’acqua non entra dal tetto, non devono vergognarsi della famiglia da cui provengono. Certo, devono rinunciare ad alcune cose: niente cellulare, niente ragazze, solo orari fissi. Abi, un ragazzo di quattordici anni il cui sguardo mi si è stampato nel cuore, ha la vocazione. È entrato in seminario a giugno di quest’anno, in una settimana si è adattato e ha capito che o parlava in inglese o non avrebbe comunicato con quasi nessuno: peccato che l’inglese non lo sapesse e ora, dopo solo due mesi, lo parla meglio di me. Ha sempre rifiutato la figura femminile perché la madre non si è sposata per amore e l’amore in casa non l’ha mai sfiorato. Non crede nel matrimonio, quello dei suoi genitori è un fallimento. L’unica cosa che gli manca della sua vita di prima è il fratellino di dieci anni, ma lui è devoto al suo percorso, crede nella sua fede e questo gli basta. Le prime ragazze con cui parla siamo noi: timido, insicuro, veniva preso in giro per la sua situazione di povertà, ma qui si sta imponendo di crescere perché è ciò che Dio vuole per lui. E l’Abi che sto conoscendo ora è un giovane uomo, consapevole delle sue insicurezze, ma anche dei suoi punti di forza. Una persona che ha molto da insegnare, determinata e riconoscente. La luce di questa persona è profonda, è un giovane attento e ponderato, quando non sta bene stringe la croce che porta al collo in cerca di forza, ma la forza è lui. Un ragazzo che in Italia farebbe la differenza per tanti suoi amici, sapendo distinguere il Bene dal Male, parlando quando necessario e rompendo tanti silenzi con il sorriso dei suoi occhi, che da soli dicono troppo. “Ricordami nelle tue preghiere, Giulia”. Lo farò, Abi, perché mi hai dato tutto quello che cercavo: la tua capacità di analisi interiore mi ha fatto così riflettere che la mia persona, a confronto con la tua, non è niente. Abi mi ha fatto amare Aroor, amare le persone: nei giochi sportivi non eccelle, ma si ferma, osserva, impara ed esegue. Questi ragazzi mi hanno insegnato il valore del gruppo e dell’amicizia, anche in situazioni di rigore. Il giorno della festa dell’Indipendenza si sono dimostrati così uniti (e anche così bravi a ballare e a cantare!), senza però dimenticarsi di noi, nemmeno in mezzo a tutta la comunità, che mi sono dimenticata di essere italiana.

In Kerala si scopre il pesce, fresco, appena pescato, buonissimo. In Kerala si scoprono paesaggi stupendi, aperti, ricchi di palme e di verde. Qui ci sono più regole, gli animali non vanno a zonzo per strada, ma sono quasi sempre legati. Il cielo ti sorride. L’acqua è limpida. Il tramonto ti avvolge. La pioggia ti accompagna nel sonno e nel risveglio. La natura ti sorprende sempre, mostrandoti libellule, farfalle, papere, aquile, uccelli di ogni tipo, mucche, bufali e zanzare grandi come cavalli. Mi manca Misi, mi mancano i bambini, mi manca tanto Sanjey. Ma questi vuoti si stanno riempiendo di altro. Conosciamo Kochi, Fort Kochi, Mattancherry. Impariamo ad indossare il saari. Proviamo a ballare “all’indiana”, restituendo loro una versione stonata ma divertita di “Cinquanta special”. Giochiamo, balliamo e ridiamo. Sudiamo, sudiamo tanto. O forse è solo l’umidità a bagnarci, forse solo la pioggia. Tre docce dopo, con la testa sul cuscino, siamo pronti per chiudere il secondo capitolo, per conoscere un’altra India nel terzo.