Volontari in Missione (India 2017) – Diario di bordo Pt.1/3

12 febbraio 2018
Giulia Vitali

PRIMA SETTIMANA. TAMIL NADU.

Aeroporto di Chennai. Alba del 1 di agosto 2017. Usciamo carichi di valigie e curiosità, saltando da un viso all’altro alla ricerca dello sguardo sconosciuto di Misi, che però riconosciamo per il suo sorriso. Un sorriso entusiasta. Ci accoglie con Varghis, “il santone”, tranquillo quanto ferreo: sono i padri Giuseppini a cui ci affideremo in questa prima settimana. Fa caldo.

Saliamo su due macchine e partiamo alla volta di Aranvoyalkuppam. Guardando fuori dal finestrino mi innamoro di questo paese: è l’alba, ma in tutte le vie si riversa già la vita. Mucche che pascolano per strada, insieme a maiali, galline e cani randagi. Bambini che corrono scalzi, signori che si lavano i denti sul ciglio mentre le mogli spazzano con la schiena curva. Passa un calesse. Un fruttivendolo con banane di tutti i tipi, ignoro che loro gusto sarà sublime. Davanti alle case le donne fanno disegni di benvenuto con polveri colorate. Paesaggi verdi e distesi, baracche aride e secche. I corvi gracchiano sui tetti delle case. Qui si respira aria calda al curry e peperoncino.

Sono partita per l’India con tanta voglia di migliorarmi e conoscermi nel profondo, mettendomi nelle mani di Don Siro, che ha seguito me e i miei compagni durante tutta la preparazione del viaggio. I Giuseppini del Murialdo mi hanno dato una nuova fede, quella nell’uomo, e qui imparerò a metterla in pratica. Sono pronta a scoprire tutto di questo paese.

Tutto? Sì, anche la guida indiana. È troppo presto per capire che, pur sapendolo, è a destra. È troppo usare il clacson come freccia. Sono troppe le buche e le frenate. Sono troppo pochi i semafori, i cartelli stradali, il senso di sicurezza. Mi si sta talmente rigirando lo stomaco che quasi non mi accorgo del sole che sta salendo. Mi ci abituerò? Sì. Scopriremo i mille modi di viaggiare in India. Primo fra tutti il tuc-tuc: simile alla nostra ape car, giallo taxi, cinque posti ma – “no problem” – ci state anche in otto con le valigie, ricordatevi solo di respirare e di non mettere le braccia fuori dai finestrini. Ma quali finestrini? Gli autisti di questi spettacolari mezzi guidano con un piede solo, facendo “il pelo” ai pullman che li superano cinque volte in larghezza e dieci in lunghezza, ma con il tuc-tuc si fanno chilometri che è un piacere, zigzagando nel traffico. Poi c’è il treno. Simile ai nostri treno merci, affollato, con venditori ambulanti che urlano. Esperienza di un’intensità unica. Attraverso i portelloni aperti si può ammirare la campagna spoglia di periferia, colorata da qualche baracca. C’è chi dorme, chi si pulisce le unghie, chi vende cibo e chi, come noi, ha gli occhi pieni di curiosità. Infine la moto di Josh. Quella sulla quale sali senza casco, perché qui è obbligatorio solo per il conducente, e grazie alla quale il viso ti si costella di polveri di scarico, mentre Josh, tirocinante in Italia che è tornato a casa per le feste, ti racconta il suo paese.

Scopriamo la missione. I nostri letti sono più delle brandine, tavole di metallo con sopra un materassino alto due centimetri. Stesa, guardo il soffitto. No, troppo scomodo. Mi giro sulla pancia e apro il mio diario.

Inutile fissare la ventola il cui compito sarà quello di arieggiare le nostre notti insonni per più di una settimana: mi sento piccola, una pulce in questo materasso di sterpaglie, quanto sono poco. Già mi pento di tutte le cose inutili che ho messo nella valigia: sarà davvero necessario il kit del pronto soccorso con dentro una farmacia intera? Avrei potuto rinunciare a qualche maglia, all’ennesimo paio di pantaloni, al cappello, per fare spazio ai materiali che lasceremo qui ai bimbi. Sì, è vero, i bagni non sono confortevoli come quelli a cui siamo abituati e la cucina, beh, non ci offre di sicuro il forno a ventola. Ma, nell’avere poco, mi sembra di essere tanto.

Conosciamo i bambini della casa famiglia. Quindici orfani e semiorfani a cui i Giuseppini del Murialdo assicurano un’infanzia felice. Loro, che non avevano nulla, ora possono sperare di andare all’Università. Loro, che rispetto ai nostri bambini non hanno nulla di materiale, sono ricchi di educazione, di sorrisi, di gentilezza. Mi regali una caramella e io ti stringo la mano, in segno di rispetto. Ma i bambini rendono ricchi anche noi, ricchi ci baci, sorrisi e disegni. Tantissimi disegni “Giulia and me”, “kiss”, “Sister”. Giocando con loro sotto al sole mi sono anche arricchita di tagli sui piedi, botte sulle ginocchia e sudore lungo la schiena, non potrei essere più felice.

In missione a volte non c’è più la corrente. Niente ventola per l’aria, niente depuratore per l’acqua e ovviamente niente frigorifero. “La situazione resterà così per le prossime dodici ore”. Se fosse successo a Padova sarei impazzita per la mancanza di WI-FI, qui invece ci sono problemi ben più gravi. Sono in India da pochi giorni e l’India mi sta già cambiando, questa situazione che nella mia vita normale sarebbe “quasi estrema” qui non mi sta praticamente toccando. Gli studenti di teologia che vivono nella missione non si preoccupano quasi del problema. Anzi, pensano a noi. Per questo motivo mettono il latte fresco in bottiglie da due litri di Coca-Cola, per poi congelarlo nel freezer: così si manterrà quando salterà la corrente, no? Sono i nostri giovani compagni di viaggio, che ci aiutano a capire i bambini facendoci da traduttori, ci preparano il chapati, ci raccontano delle loro vite e ci fanno tantissime domande sulle nostre. Joju canta sempre per noi, Prameed ci fa ridere tantissimo, Prithin si prende cura dei nostri bagagli. La loro disponibilità non è mai esausta, e ti dicono che non hanno bisogno di essere ringraziati, perché non si dice grazie agli amici.

E poi c’è il cibo. Ah, il cibo indiano. Durante il nostro primo pranzo, senza troppi complimenti, mi sono ritrovata sul piatto la testa della gallina. Alla fine ci si abitua a tutto, tranne alla colazione. Per quella era rigoroso il chapati, senza spezie, né salse, né pollo. Solo marmellata o miele. Però punto in più per Giulia, perché ho quasi sempre mangiato con le mani. L’India ti mette alla prova.

Il risveglio ad Aranvoyalkuppam. Sei del mattino. I canti di preghiera attraversano le risaie, i campi verdi e si fanno sospingere dal vento fino ad entrare nella nostra stanza, oltrepassando finestre spoglie. Arrivano ai timpani finché non decido di alzarmi, ed ecco i primi dolori della notte. All’inizio è dura, ti senti un sacco di mille ossa fratturate. Poi ci fai l’abitudine, entra nella routine. In terrazza vengono a darmi il buongiorno un pappagallo verde o un corvo dalle piume lucide, mentre i contadini lavorano i campi o fanno pascolare le mucche. Inspiro curry. Sì, stanno già cucinando.

Misi ci porta a Golden Beach, per fare il bagno in oceano. È caldo, la spiaggia priva di ombrelloni e bagnanti, la sabbia più scura della nostra. Misi si sveglia verso le cinque e mezza del mattino, gestisce i suoi affari, fa yoga con i bambini, si dedica alla colazione dopo tutti gli altri, sorride sempre. È la persona più equilibrata che conosca. Misi guida, anche contromano, anche sotto al diluvio, anche nella notte delle due del mattino. Noi ci fidiamo, dentro al pullmino, ma speriamo di arrivare indenni a destinazione. Misi non si lamenta mai, “no problem”. Misi ci porta alla scoperta dell’India nascosta: Pondicerry, Auroville, Mamallapuram, Shore Temple. Risponde a tutte le nostre domande, ci dice sempre “certo, certo”. Ci insegna che il tempo qui è relativo: “indian time”, ti dicono che si parte alle nove e per pranzo non si è mosso ancora nessuno. Però il tempo per la preghiera si trova sempre, in qualsiasi momento della giornata, che sia in treno o in una cappella. Ci insegna ad apprezzare le giornate in compagnia, che i tempi morti sono quelli più vivi, se trascorsi insieme. Misi ascolta, tanto. Ci spiega che le nostre lamentele sono inutili, che è bello apprezzare il mondo per quello che è. Ci fa fare yoga con i bambini, che ci deridono perché non siamo bravi come loro. Misi, che è professore alla Facoltà di Teologia, ci fa assistere a una delle sue lezioni: psicologia generale, primo anno. È un insegnante così bravo che vorrei essere anche io una sua studentessa, ma in questa settimana mi sembra di esserlo di già: è una persona così bella, mi sta dando così tanto. Misi esaudisce ogni nostro desiderio. Misi è il nostro angelo custode. Misi ci mancherà tantissimo.

La sera il caldo diventa molto umido, ma dalle risaie si alza un piacevole venticello che porta con sé il gracchiare delle rane, mentre il cielo diventa scuro. Apriamo le danze a questa ultima notte in Tamil Nadu, seduti in terrazza a raccontarci delle nostre vite e a pensare a questa settimana che ormai volge al termine. Silvia, Elisabetta, Anna, Giulio, Paolo, Ludovica ed Elisa sono la mia famiglia italiana in India, con tutti i suoi pro e contro. L’India mi sta dando così tanto, che mi sento piena, non mi manca niente. Neanche se il cibo è troppo piccante, neanche se non ho i “comfort” a cui sono abituata. Ho raccolto più di quanto mi aspettassi, più di quanto immaginassi.

India, mi aspettavo tanto da te. Sono partita con un vuoto dentro e in una sola settimana mi hai aggiustata. Buonanotte casa.


Articolo di Giulia Vitali, volontaria in missione – India 2017

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